Documentario, 52′ – 2011
Regia: Giuseppe Petruzzellis
Produzione: Aplysia
Con il supporto di: Associazione Fuoriorario, Camp@art Festival, Interculturale.net
Il funerale induista di un santone ad Agra; due donne in sari che riciclano lo sterco di mucca in un villaggio dell’Uttar Pradesh; uno spettacolo di marionette dentro la baracca di uno zingaro a Jaipur; il lago che non c’è più a Pushkar; la marea umana che ogni 12 anni si ritrova ad Haridwar per il Kumbha Mela: sono questi solo alcuni dei luoghi, delle storie e dei personaggi protagonisti di questo documentario. Indian Flow è un viaggio attraverso lo scorrere di eventi ordinari e straordinari vissuti dalla gente comune in India. Un “fluire” dal quale emerge la ricchezza di un modo di pensare, agire ed esistere particolarmente suggestivo.

Note di regia
Indian Flow è la testimonianza di cosa può accadere se ci si lascia trasportare dallo “scorrere” dell’India, non lasciandosi sfuggire l’opportunità di osservare da vicino una realtà culturalmente e sociologicamente ricchissima di spunti di riflessione. Il contatto diretto con la gente del luogo rende possibile la condivisione di una “naturalità” quasi “primitiva”, riscontrabile nei mille piccoli “rituali” che ritmano la vita del popolo indiano. Il recarsi al fiume all’alba per il bagno e il bucato; un festoso funerale al quale partecipa tutto un villaggio; un pellegrinaggio di massa cui prendono parte oltre 50 milioni di induisti; il caotico brulicare di vita nelle strade; i volti, i gesti e le parole di gente incontrata per caso… Gli indiani sono i protagonisti assoluti di questo documentario, nel quale l’osservazione va di pari passo con l’interazione. È difficile restare indifferenti nei confronti della curiosità che gli indiani nutrono nei riguardi dello straniero viaggiatore e di quella “disponibilità” che a volte sembra diventare invadenza. La sensazione che si prova è che in India non si è mai da soli. Lo si avverte anche banalmente camminando per strada, scoprendo la facilità con cui è possibile stabilire contatti con pressoché chiunque, alimentando un continuo fluire di comunicazioni interpersonali, relazioni, scambi di parole, sguardi, esperienze.

Note di produzione
Indian Flow e’ un documentario indipendente, realizzato attraverso un esperimento di editoria collettiva. La maggior parte delle spese di produzione sono state sostenute dai numerosi sottoscrittori che hanno creduto in questo progetto, prenotando in anticipo il dvd del documentario attraverso la piattaforma di crowdfunding Produzionidalbasso.com

Distribuzione / Festival / Rassegne
2012 – Pigneto città aperta
2012 – Green Social Festival
2011 – Kef’Art Festival
2011 – Vibrazione Indiane
2011 – Ischia Film Festival
Intervista a “Effetto notte” – Rai Radio2
Intervista del 20/07/2011 a Giuseppe Petruzzellis, ospite del programma radiofonico “Effetto Notte”, condotto da Lorenzo Scoles e Riccardo Pandolfi (e curato da Giancarlo Simoncelli), in onda sulle frequenze di Radio2 Rai.
Intervista su MadonieLive.com (Andrea Vullo)
In occasione del Kef′Art Festival svoltosi pochi giorni fa abbiamo intervistato il giovane e davvero promettente regista cefaludese Giuseppe Petruzzellis, vincitore di diversi premi in festival di livello nazionale. Al Kef′Art è stato proiettato il suo film più recente, Indian Flow, un documentario completamente autofinanziato girato in India.
Alla presentazione di Indian Flow al Kef′Art hai detto: L′obiettivo iniziale era documentare la situazione ecologica in India, ma in seguito il film ha cambiato forma, è diventato un diario di viaggio. L′idea di partenza è mutata durante il viaggio oppure quando hai visionato il materiale registrato?
Come dico nelle prime battute del documentario “La prima cosa che mi ha colpito dell′India è stata la confusione, ma poi ho capito che per trovare un ordine in mezzo a quel caos dovevo prima entrarci dentro”. Lo shock visivo, culturale e sensoriale provocato dall′immersione nella brulicante realtà delle strade indiane mi ha fatto da subito riflettere sulla necessità di modificare il mio progetto iniziale. Prima di poter parlare di discorsi più specifici (quali per esempio lo stato di salute del fiume Gange), avevo bisogno di comprendere il modo di pensare degli indiani. Il viaggio è diventato così una sorta di studio antropologico, portato avanti attraverso un contatto umano continuo e ricchissimo di spunti di riflessione. Se si è disposti ad accettare il confronto con la gente del luogo, l′India può regalare al viaggiatore innumerevoli possibilità di incontro, socializzazione e scambio. Del progetto iniziale sono rimasti diversi passaggi: le problematiche legate all′inquinamento e al rapporto conflittuale (e a volte paradossale), tra gli indiani e gli elementi naturali emergono in diverse fasi della narrazione, ma il filo conduttore del documentario è diventato il viaggio stesso. Ho pensato che fosse interessante fornire allo spettatore un′idea di questa “scoperta” dell′India, facendogli ripercorrere le tappe di questo mio percorso.
In Indian Flow non è raro vedere uomini e donne immersi in acque inquinate, in atto di devozione religiosa o magari impegnati a lavarsi. Lì c′è un altissimo tasso di tumori. Anche in Industrial Bay, girato a Termini Imerese due anni fa, vediamo spiagge sporche, infestate d′immondizia e contaminate dagli scarichi industriali, con un sacco di gente lì a svagarsi sotto il sole con alle spalle lo stabilimento industriale della FIAT. Secondo te, sarebbe esatto dire che l′uomo si è adeguato a questo inquinamento?
Più che di un adeguamento mi sentirei di parlare di mancanza di consapevolezza. È un discorso complesso, che penso debba partire dal concetto stesso di inquinamento e di rapporto tra uomo e natura. Anzi, forse il problema più grande sta proprio in questa scissione. Dovremmo avere tutti ben chiaro che la salute di ogni essere vivente dipende dalla salute dell′intero ecosistema del quale esso fa parte. In tal senso la religione induista ha degli elementi di coerenza con questo discorso: il fiume Gange viene chiamato “Madre Ganga”, ed è considerato ad una divinità femminile. Visioni simili sono presenti anche in altre religioni orientali di stampo panteista, o nei credi animisti dei nativi americani. Il pensiero occidentale ha invece da tempo svalutato il senso di questa interdipendenza, creando uno scisma tra l′uomo e la natura. Si è affermata una visione antropocentrica, nella quale la natura si è trasformata in una risorsa da sfruttare, come se noi stessi non ne facessimo parte, o come se potessimo permetterci di non considerare le dinamiche dell′intero ecosistema al pari delle nostre necessità. Questa visione distorta ha trovato la sua massima espressione nel sistema delle industrie, del capitale, e della società dei consumi, con l′affermazione di uno stile di vita incompatibile con il benessere dell′ecosistema nel suo complesso. Un modello di sviluppo umano pericolosissimo e dannosissimo per tutti gli esseri viventi. Questa idea di progresso malata è stata esportata dalle società occidentali in tutto il resto del mondo: con la globalizzazione anche la divina Madre Ganga è diventata una vacca da mungere, con risultati evidenti. Oggi, da Termini Imerese a Varanasi, marciamo tutti a folle velocità verso il baratro della catastrofe ambientale, e soltanto di recente si sta iniziando a capire che se non cambiamo qualcosa (o quasi tutto), la stessa sopravvivenza del genere umano è in pericolo. Questa consapevolezza però non è ancora abbastanza radicata: chi per interessi economici, chi per paura del cambiamento, chi per ignoranza… tanto in Sicilia quanto in India manca un senso critico in grado di modificare scelte politiche, sistemi economici e abitudini personali in modo che siano maggiormente compatibili con il benessere della natura tutta. In una situazione del genere quello che risulta poi paradossale è che nonostante siamo tutti più o meno consapevolmente e più o meno ampiamente responsabili del degrado dell′ecosistema di cui facciamo parte, non si è ancora spezzato quel legame profondo e ancestrale che ci lega per esempio ai fiumi o ai mari. Questo apparente controsenso diventa evidente e quasi surreale nelle immagini della spiaggia di Industrial Bay o dei fiumi di Indian Flow.
Pratichi religioni orientali?
Sono ateo e non appartengo a nessun gruppo religioso, ma ciononostante la spiritualità mi ha da sempre attratto. Penso che possano esistere forme di “religiosità” estranee alle credenze religiose codificate ed istituzionalizzate. Trovo sia salutare coltivare un certo grado di astrazione dal mondo tangibile della materialità delle cose, legato alla sola sopravvivenza. Penso che faccia parte della natura stessa dell′uomo: nel corso della nostra evoluzione abbiamo affinato notevolmente la capacità di pensare in astratto, e questo ci permette di riflettere sia sulla nostra condizione esistenziale, sia sul rapporto tra noi ed il mondo (o sulla natura stessa dell′universo). Non siamo fatti di sola razionalità e materialità, e trovo sia sano dare il giusto spazio a tutte le componenti del nostro “animo”. Questa mia visione della spiritualità trova dei punti di contatto con alcune religioni orientali nelle quali esiste religiosità senza la presenza di un Dio vero e proprio (per esempio nel Buddhismo o nel Taoismo), ma non sono un “adepto” di nessuna di queste. In compenso pratico da molti anni la meditazione (con tecniche derivate da yoga e meditazione trascendentale), e trovo che mi sia molto di aiuto nel mantenimento di un buon equilibrio psicofisico, mentale e “spirituale”.
Per un regista giovane come te quali sono i contesti più adatti, in Italia, dove mostrare e far conoscere i propri film? Hai partecipato a festival o altro?
In Italia è molto difficile trovare i canali adatti per far vedere i propri film ad un pubblico che non sia solo quello dei film festival. Nel corso degli ultimi anni mi è capitato di partecipare a vari festival italiani ed internazionali (Milano Film Festival, Sedicicorto, Docunder30, Kaliber35, VeniceOff, Operenuove, Jihlava, etc.), e in alcune occasioni i miei film sono stati anche premiati. Per un filmmaker si tratta di occasioni importanti: fare film significa comunicare messaggi, e le realtà festivaliere permettono che vi sia almeno in parte una connessione e un feedback tra autore e spettatori. Sfortunatamente lo stesso non avviene al di fuori dei circuiti dei festival, specie in Italia. Sia le televisioni che le distribuzioni cinematografiche si trovano in situazioni di oligopolio, e le scelte vengono dettate da criteri commerciali piuttosto che culturali. Questo non facilita chi non si allinea con gli standard di mercato, cercando di suggerire visioni personali, artistiche o innovative. Di fronte a questa situazione non incoraggiante è necessario cercare anche altre vie per portare al più ampio pubblico possibile le proprie produzioni. Uno di questi canali è sicuramente Internet.
Per realizzare Indian Flow ti sei completamente autofinanziato ed autoprodotto? Se sì, in che modo sei riuscito ad autofinanziarti?
Il viaggio in India è stato completamente a mie spese. Ancora non ero certo della riuscita del progetto, e avevo deciso di non coinvolgere finanziatori esterni fino a che non avessi raccolto tutto il materiale filmico. Una volta completate le riprese e verificato che da quel materiale di base poteva venir fuori qualcosa di interessante, ho iniziato a pormi il problema di come finanziare la post produzione. Si potrebbe pensare che una volta raccolto il girato si sia già a buon punto, ma in realtà le fasi successive sono ben più lunghe ed onerose. Basti pensare che il viaggio è durato poco più di 1 mese, mentre per il resto (revisione del materiale, montaggio audio e video, voce narrante, colonna sonora, color correction), sono serviti circa 6 mesi. Con le mie sole forze e finanze non ce l′avrei fatta, e così anche la produzione di Indian Flow è diventata una sorta di viaggio… Ho deciso di sperimentare un percorso produttivo innovativo, di cui fino ad allora avevo solo sentito parlare. Si tratta del sistema delle “Produzioni dal Basso”: una modalità produttiva che prevede il coinvolgimento del pubblico nel finanziamento del progetto. In sostanza i futuri spettatori acquistano in anticipo i dvd del documentario (mentre questo è ancora in fase di realizzazione), diventando così editori dell′opera stessa. Questa collettivizzazione della produzione si è concretizzata grazie alla piattaforma online fornita da ProduzioniDalBasso: un sito attraverso il quale è stato possibile raccogliere le prenotazioni degli utenti e successivamente gestire le spedizioni dei DVD. Oltre che dai singoli utenti, ho poi ricevuto un appoggio anche da parte di alcune associazioni culturali (in particolare FuoriOrario, Camp@rt Festival, Interculturale.net), che mi hanno aiutato specie nella pubblicizzazione della campagna di raccolta fondi. In quattro mesi sono state raccolte più di 300 sottoscrizioni, e questo ha permesso la copertura della maggior parte delle spese vive: da compensi per i collaboratori alle spese di stampa e spedizione dei DVD. Una grossa mano di aiuto mi è arrivata anche da vari musicisti: la maggior parte degli artisti contattati per la colonna sonora ha concesso i propri brani gratuitamente, permettendo di abbattere i costi e confermare anche su questo versante un senso di collettivizzazione della produzione.
Ci sono artisti, dalla pittura alla musica al video stesso, che hanno avuto un′influenza particolare sulla tua formazione?
Direi due registi di documentari: Godfrey Reggio ed Erik Gandini. Il primo dei due, attraverso la visione di “Naqoyqatsi”, mi ha fatto capire che anche un documentario in cui per 1 ora e mezza parlano solo le immagini e la musica può essere “spettacolare” quanto un film hollywoodiano. Il secondo con “Surplus” mi ha insegnato che il montaggio di un documentario può essere sperimentale e complesso quanto e più di quello di un videoclip musicale.
Chi è il tuo regista italiano preferito?
Direi Emanule Crialese. Come stranieri invece te ne posso citare cinque: Darren Aronofsky, Alejandro Jodorowsky, David Lynch, e i già citati Erik Gandini e Godfrey Reggio.
Delle fasi di costruzione di un film, cioè riprese, post-produzione, montaggio, ecc… ne prediligi una in particolare?
La mia formazione tecnica si è concentrata nelle sue fasi iniziali più sul montaggio che su altri aspetti. Si potrebbe dire che sia stato “amore a prima vista”: avevo 18 anni quando ho frequentato il primo corso di montaggio, e da allora non ho più smesso di dedicarmici, fino a trasformare le conoscenze teoriche in competenze professionali. Il montaggio è una fase del lavoro molto delicata, ci vuole molto tempo e pazienza per mettere insieme tutti i tasselli di un racconto audiovisivo, ma alla fine la soddisfazione è grande. Prima del montaggio un film non esiste se non sulla carta, nella mente del regista, o come un insieme disaggregato di elementi grezzi, eterogenei e scollegati tra loro. Solo dopo aver finito le lunghe sessioni di “editing” (che spesso durano mesi e mesi), il tutto prende davvero forma, diventando un insieme coerente di sequenze audiovisive capaci di veicolare messaggi. Nel corso degli anni ho lavorato come montatore per diversi progetti (videoclip musicali, documentari, cortometraggi, lungometraggi), e questo tipo di formazione penso che si noti anche nella mia produzione registica, dove peraltro sono sempre io che mi occupo anche del montaggio. Alla fotografia mi ero invece avvicinato più con la macchina fotografica che con la macchina da presa. Solo da un paio di anni a questa parte mi sono deciso a rompere il ghiaccio anche su questo versante, “imbracciando” la telecamera. Trovo che la fase delle riprese sia più dinamica, più “fisica”, mentre il montaggio lo associo alla riflessione, all′elaborazione mentale, e forse anche per indole, tra le due, continuo a preferire il montaggio.
Oltre ai documentari hai mai girato cortometraggi di fiction?
Ho collaborato alla realizzazione sia di cortometraggi che di lungometraggi di finzione, svolgendo vari ruoli, ma mai come regista. Tutt′al più ho firmato la regia di alcuni brevi film sperimentali (per esempio MotorShow) o videoclip musicali (per esempio NIN 1 Ghost I). Sul versante della finzione di recente però mi è capitato anche di produrre, insieme a Daniele Panizza, un lungometraggio molto particolare: The Museum of Wonders, diretto da Domiziano Cristopharo. Si tratta di un film molto felliniano e visionario, ambientato in una sorta di circo surreale. Il cast è ricco di ottimi attori e volti più o meno noti: Francesco Venditti, Fabiano Lioi, Valentina Mio, Maria Grazia Cucinotta, Maria Rosaria Omaggio, Ruggero Deodato, Giampiero Ingrassia, Giovanna, Nancy De Lucia, Valerio Morigi, Adele Tirante, Scott Nelson, Pimp, etc… Nonostante quindi mi capiti spesso di collaborare all′interno di progetti fiction (sia corti che lunghi), personalmente mi piace di più realizzare documentari… Pur apprezzando il cinema di finzione, a volte mi viene da pensare che la realtà sia così ricca di storie, che non serva crearne altre fittizie per raccontare qualcosa di interessante.
Hai nuovi progetti da sviluppare in Sicilia?
Sto progettando diversi lavori che riguardano direttamente o indirettamente la Sicilia, ma si tratta di work in progress che non so quando avrò la possibilità di realizzare (spero il prima possibile!). Nonostante 10 anni fa mi sia trasferito a Ferrara (prima per studio e ora per lavoro), sono ancora molto legato alla Sicilia: trovo sia una terra stupenda, seppur piena di paradossi e controsensi.
Questa al Kef′Art Festival è stata la prima volta in cui hai presentato il tuo lavoro al pubblico madonita? Durante quest′estate, dopo Cefalù, ci sarà occasione di rivedere nelle Madonie qualcuno dei tuoi film?
Per quanto riguarda Indian Flow, quella al Kef′Art Festival è stata la première siciliana, ma altri lavori precedenti erano già stati proiettati sia a Cefalù che in altri paesi delle Madonie (ad esempio Industrial Bay a Polizzi). Nel corso dell′estate avrò altre due occasioni di incontro con il pubblico madonita, sempre a Cefalù: i due documentari Indian Flow e “Industrial Bay” verranno proiettati il 12 Agosto al Camp@rt Festival, e il 20 Agosto avrò l′onore di essere ospite della Fondazione Mandralisca in una serata che vedrà la presentazione di altri due miei lavori (Fiumara d′Arte e Vida Loca). Incontrare il pubblico delle Madonie mi fa molto piacere: è una bella gratificazione “riportare a casa” il lavoro svolto altrove, e spero che in futuro non manchino altre occasioni per presentare i miei film da queste parti.
Recensione su “Nonsolocinema” – Livio Meo
“INDIAN FLOW” di Giuseppe Petruzzellis
Viaggio nella quotidianità indiana
Il giovane regista Giuseppe Petruzzellis ripercorre un viaggio ricco di incontri e di esperienze nel cuore del territorio indiano.
Indian Flow è uno spassionato ed arbitrario reportage sulla quotidianità e sull’essenza più intima della vita in India e, successivamente, in Nepal. Il documentario è firmato dal giovane regista siciliano Giuseppe Petruzzellis, che può vantare – oltre alle consulenze giornalistiche per RaiNews24 – diverse partecipazioni a progetti documentaristici di notevole rilevanza, come ad esempio per il soggetto ed il montaggio di Vida Loca, pluripremiato documentario di Stefania Andreotti. La nuova opera d’ambientazione indiana dell’autore è il risultato di un esperimento di editoria collettiva: la realizzazione del film è infatti stata supportata dalle sottoscrizioni spontanee di numerosi sostenitori attraverso la piattaforma di Produzioni dal Basso.
“La prima cosa che mi ha colpito dell’India è la confusione”, questa è la frase con la quale si presenta il viaggiatore curioso e divertito del film. La confusione catturata dalla macchina da presa è un insieme luminoso di colori, un labirinto di strade e un tumulto di suoni e rumori: lo spettatore viene catapultato quasi per gioco nella disorientante realtà indiana e ne subisce il fascino, lasciandosi incuriosire dalla chiassosa e variopinta atmosfera. La narrazione è scandita dalle visite a diverse città – da Agra a Bhaktapur – ma ciò che caratterizza la pellicola è l’attenzione per la quotidianità della società indiana: attraverso i cortei funebri, le credenze religiose e le singole vicende raccontate dalla gente del posto, il regista compone un affresco di storie e situazioni capace di coinvolgere in modo immediato e spontaneo.
Indian Flow descrive l’essenza intima del viaggio e colpisce proprio nel carpire gli aspetti più istintivi, e quasi selvaggi, del viaggiare. Durante il pellegrinaggio del giovane autore la conoscenza del luogo e l’assuefazione ad esso transita obbligatoriamente per il contatto con le persone, fonte pura e calorosa di conoscenza. Nonostante i coraggiosi ed interessanti slanci verso una dimensione sociale o religiosa, il reportage di Petruzzellis risulta gradevole soprattutto grazie all’approccio disinvolto e naturale alla realtà circostante, punto di partenza ideale per condividere le sensazioni e le esperienze del coloratissimo viaggio in India.
Credits
Voce Narrante: Alessandro Rugnone
Visual Effects: Ameleto Cascio
Assistente di produzione: Chiara Mazzatorta
Musiche: Archangel, BekBekson, Cyclical, Demon Doctor, Ektaal, El Perez, Hilight Tribe, Jadu, Masaladosa, Mellzo, Mirabar, Ras Tilo, R. Dario, Tlan, Alas Media, Vladiswar Nadishana, Zeropage
Additional Video: The Common Language Project
Additional Audio: Claudio Curciotti
Traduzioni: Heather Walsh
Ufficio Stampa: Giuseppe Cangelosi
